Iperconvergenza senza parlare di pneumatici

All’inizio tutti ti guardavano come se stessi parlando di pneumatici. L’iperconvergenza in realtà non è questo. Ma veniamo a noi e cerchiamo, come sempre, di dire la nostra su questa ennesima “new word”.

Di cosa si tratta ?

L’iperconvergenza è simile alla convergenza ma iper. Come? Scherzi a parte, qualcuno si ricorderà delle infrastrutture chiamate “convergenti“. Queste facevano appunto convergere hardware e network in un unico box. Sto parlando dei blade server in varie salse. Ebbene, qui invece parliamo di IPER convergenza Perché ? Perché nello stesso box mettiamo la parte di storage, la parte computazionale, la rete e anche il software di virtualizzazione. Come un hamburger, che sarà da ora in poi la metafora per tutto l’articolo perché “calza a pennello”.

Un po’ di storia: una volta ( ma anche oggi) le strutture che componevano il datacenter erano separate. Lo storage era un’area a sé stante con dispositivi dedicati. La stratificazione della rete era un’oggetto che aveva i suoi limiti ben definiti e i server oggetti slegati dal sistema. Poi è arrivata la virtualizzazione e il mondo è cambiato. Le infrastrutture consentivano di ottimizzare spazi e costi, condensando in pochi server fisici, molti vecchi enormi datacenter. Il grado di complessità però si è spostato. Prima il problema era la “polverizzazione” dei server ( un server = un’applicazione)  ora la difficoltà è far dialogare le “parrocchie”. Ma procediamo per gradi.

Perchè l’iperconvergenza

Come abbiamo già detto, nel corso degli anni le figure professionali hanno complicato tutto.
Immaginiamola magari in America questa situazione che proviamo a raccontare! C’è da effettuare un upgrade dell’infrastruttura informatica e in una fantomatica riunione organizzativa troviamo un bel po’ di personaggi : l’Amministratore dello storage (il pane), l’amministratore di rete (la carne), l’amministratore di sistema (il formaggio) e magari un IT manager (le salse).  Ognuno di loro ha delle specifiche, delle richieste e delle complessità per le quali sarà costretto a dialogare con gli altri interlocutori. Le difficoltà aumentano, le implementazioni sono complesse e i costi lievitano. Quale è la soluzione? Semplice ! L’hamburger ! Mettendo tutto nello stesso hamburger non mi servono 3-4 figure professionali, ne basta una che, grazie alla semplice offerta dalla stratificazione software, sarà in grado di gestire storage, network e sistemi nello stesso oggetto, con meno competenze specifiche e gestendo il tutto in semplicità

Un’idea non troppo nuova

In realtà l’idea di inserire storage, cpu e rete dentro lo stesso box non è proprio nuovissima, anzi (i Blade Server erano soluzioni convergenti).
Le strutture convergenti richiedevano figure specialistiche che di certo non ne semplificavano la gestione e spesso i costi proibitivi facevano sì che il gioco non “valesse la candela”. Network , storage e sistemi sono 3 mondi che non nascono con una base comune. Il network ha dell’hardware dedicato, CPU specifiche e anche lo storage si trova nella stessa condizione. La parte di sistemistica invece, grazie alla spinta della virtualizzazione si è trasformata da un mix hardware e software quasi a puro software. La quadra viene facile, se la virtualizzazione ha “semplificato” i sistemi, lo stesso strato software potrebbe rendere semplice sia lo storage che lo strato network. Nasce il Software Defined X.

Ma se le soluzioni convergenti non hanno soddisfatto il mercato negli ultimi 10-15 anni viene da chiedersi perché stiamo tornando a questo trend potenziato?

Iperconvergenza o no ?

Sembra che i manager siano felici perché si possono tagliare i costi del loro personale specialistico, si riducono i consumi, si riducono gli spazi e si aumenta l’efficienza. Inoltre, per design le soluzioni di iperconvergenza offrono alta affidabilità e ridondanza continua.

E’ sempre tutto bellissimo ma…

Ma ci sono una serie notevole di casi in cui l’iperconvergenza non è la panacea di tutti i mali, anzi.. ne indichiamo 3 per farvi un po’ ragionare.

  1. Scalabilità. L’hamburger è uno. Vuoi “scalare” ? altro hamburger. Credo di aver detto tutto. La piattaforma di Iperconvergenza scala a nodi. Un nodo è comprensivo di tutto. Mettiamo caso che abbiate 2 nodi ( forse 3) e avete bisogno improvvisamente di 10-20 TB di spazio su disco… ebbene si scala con un nodo in più, comprensivo di CPU e RAM (e costi di licenza hardware e software).
  2. Sbilanciamento hardware. Spesso i clienti hanno un grosso sbilancio tra necessità di spazio su disco e capacità computazionale. Prendiamo ad esempio un cliente che abbia da memorizzare grandi quantità di dati, a fronte di un modestissimo sforzo di CPU e RAM. Ebbene, in questo caso dovrebbe acquistare molti nodi per scalare con lo spazio riempiendosi di risorse computazionali inutili. Di fatto se avessi appetito di formaggio, dovrei comprarmi un altro hamburger intero.
  3. Unico vendor. Non tutti, ma il più blasonato ti costringe ad avere hardware proprietario. Ma come ? La virtualizzazione nasce proprio per trascendere l’hardware sottostante.. eh sì ma questo non è solo virtualizzazione, è iperconvergenza.

Non è nemmeno il male assoluto questa iperconvergenza, anzi , in molti ambiti la semplicità di utilizzo e il costo rispetto al compito dell’infrastruttura rende l’iperconvergenza sensata. Un esempio ? VDI (o virtualizzazione dei desktop); non si hanno particolari picchi computazionali né di storage. Si scala in fretta e si è sempre in alta affidabilità, qui l’iperconvergenza è un’ottima soluzione.

Conclusioni ?

Sul risparmio, non possiamo assicurare niente. Se d’abitudine chiamavate il consulente per operare su un datastore, continuerete a chiamare il consulente perchè forse vi fiderete ancora meno sapendo che potete con pochi clic inficiare tutta l’infrastruttura. Altra piccola nota, se rientrate in uno di quei tipici uffici IT italiani in cui siete da soli (o in 2 o in 3 persone) e dovete fare helpdesk di primo e di secondo livello, calcolare il budget, incontrare i fornitori, gestire i consulenti, sviluppare software, fare ricerca e sviluppo, seguire le implementazioni e gestire i backup… ecco, tranquilli,  nessuno “taglierà teste” con l’iperconvergenza. Se invece rientrate in un grande gruppo in cui l’IT è riconducibile ad uno scenario “all’americana” allora assicuratevi che il vostro IT manager non legga le nostre considerazioni perché in quel caso l’iperconvergenza potrebbe davvero portare ad una riduzione dell’organico.

Quello che resta sono le nostre considerazioni e, sinceramente, sul mercato italiano, ci sentiamo in dovere di confezionare “da chef” un’infrastruttura per una PMI. Spesso questo ci costringe ad altri tipi di valutazioni e una soluzione tradizionale o convergente può essere sicuramente più economica e facilmente più adatta sia in termini di funzionalità che di prestazioni.

Detto questo, a me è venuta fame..

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Maurizio Bertaboni

Nato a Milano, vive da sempre sul lago di Garda. Suona il pianoforte, il basso elettrico e da qualche anno si cimenta con il violino. Si è di recente iscritto a un corso di scultura del legno. Ottiene misteriosamente la maturità classica nonostante dedichi interamente le sue giornate al PC, trascurando gli amici Seneca e Cicerone. Nel 1999 si avvicina al mondo Linux, nel 2000 incontra i Macintosh, diventa web designer e infine sistemista. Nel 2006 decide di mettersi in proprio come consulente in ambito enterprise, scoprendosi, ogni giorno di più, programmatore. Dal 2010 è in BeSafe in qualità di socio, dove si butta a capofitto nella programmazione sicura (in ambienti opensource) legata all’erogazione di servizi. Da sempre appassionato di retrocomputing e modding, si sente l’"hacker del gruppo"

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